La terzietà tradita del garante dei diritti dei detenuti per la Regione Calabria
La terzietà tradita del garante dei diritti dei detenuti per la Regione Calabria, tra populismo penale e deriva securitaria; crisi di una fondamentale istituzione di tutela nel sistema penitenziario. La nota della Giunta e dell'Osservatorio Carcere UCPI
Da un po’ di tempo assistiamo a singolari prese di posizione e proclami da parte di alcuni garanti, per nulla connessi alle loro funzioni. Da ultimo, il Garante delle persone detenute della Regione Calabria, dinanzi all’ennesima maxi-retata che ha riversato nei penitenziari calabresi ben 70 indagati, presunti innocenti, ha palesato un’irrefrenabile pulsione populista manifestando pubblicamente un entusiastico plauso per gli esiti giudiziari e di polizia. Nessuna considerazione, invece, per l’impatto devastante che nuovi ingressi producono, giorno dopo giorno, su un sistema penitenziario già strutturalmente collassato dal sovraffollamento.
La sua uscita pubblica - doverosamente stigmatizzata dal coordinamento delle Camere Penali calabresi -ha evidenziato quanto si stia smarrendo il senso e la responsabilità di un compito pressoché esclusivo e inderogabile: vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali di chi è privato della libertà personale; verificare che l’esecuzione della pena non trasmodi mai in trattamenti contrari al senso di umanità o al principio costituzionale della presunzione di innocenza; assicurare che sia rispettato il precetto di vocazione di ogni pena al reinserimento.
Da ultimo baluardo dei diritti e delle garanzie basilari del detenuto, il Garante si sposta così sul terreno del contrasto securitario e dell’ideologia dell’antimafia penitenziaria, sino a spingersi verso una palese sovrapposizione con i compiti propri della Polizia penitenziaria e degli organi inquirenti: lo dimostrano le proposte programmatiche incentrate sull’installazione di sistemi antidrone, sui rilevatori di cellulari o sulla mappatura della popolazione carceraria per finalità investigative.
Siamo dinanzi a una clamorosa distorsione dell’istituzione di garanzia, trasformata in un ulteriore anello della catena di controllo e in un eccentrico portavoce della propaganda carcerocentrica.
Siamo dinanzi al solito cliché che vede il carcere non più come il luogo in cui la finalità rieducativa della pena trova la sua massima espansione, ma come l’ennesimo strumento per praticare e concepire politiche repressive anche oltre il giudicato: un luogo da riempire con un imponente ricorso alle misure cautelari, nel nome di una distorta e anticostituzionale presunzione anticipata di colpevolezza, nonostante gli indicatori statistici confermino come una parte consistente delle misure cautelari in carcere si riveli, all’esito del processo, indebita e ingiustificata.
Siamo all’esaltazione della carcerazione preventiva e della suddivisione dei reclusi in categorie differenziate, che relega una parte della popolazione detentiva a una condizione priva di effettivi percorsi di reinserimento e di diritti fondamentali, con un effetto paradossale particolarmente preoccupante nei reparti di media sicurezza, autentiche discariche sociali dove l’assenza di tutele e il senso di abbandono alimentano la drammatica piaga dei suicidi.
Non siamo certo dinanzi a una deriva isolata, ma all’ennesimo appiattimento su una più generale tendenza securitaria che permea la politica tutta — in particolare sulla giustizia e sul carcere — riducendo la risposta dello Stato ai gravi temi sociali alla sola evocazione del punire.
Ad amplificare questa svalutazione dei presidi di tutela contribuisce anche la sostanziale assenza dell’Ufficio del Garante Nazionale, la cui azione ormai sembra ridursi a un resoconto meramente quantitativo di chilometri percorsi, a scapito dell’incisività e della trasparenza. Lo dimostrano la mancata pubblicazione dei report di visita e la mancata, solenne presentazione al Parlamento della relazione annuale, lo strumento principale con cui investire la politica delle proprie responsabilità dinanzi alle condizioni disastrose dei nostri istituti di pena.
È indispensabile e urgente riaffermare con forza la terzietà e l’autonomia di tali figure, che non possono nemmeno apparire al servizio del potere punitivo, in aperta contraddizione con la loro funzione fondativa.
Diversamente, si rischia di affossare irrimediabilmente la credibilità dello Stato di diritto.
Roma, 30 luglio 2026
La Giunta
L’Osservatorio Carcere UCPI
Fonte: Unione delle Camere Penali Italiane — camerepenali.it · Unione, Osservatorio Carcere, Comunicati, Osservatori e Commissioni