Professare il diritto alla verità praticando il culto dell’illiberalità
In una sessione di un congresso dal titolo “Il diritto alla verità”, promosso dal Movimento Agende Rosse di Salvatore Borsellino, c’era una sedia vuota. L’avrebbe dovuta occupare l’Avv. Ambra Giovene, invitata ad intervenire dagli organizzatori, ma l’Associazione familiari delle vittime della strage di Bologna ha comunicato che la collega non era “persona gradita”. Diceva Adolfo Beria di Argentine che gli avvocati sono sempre stati nemici delle dittature più di altre categorie, per la qualità e l’indipendenza della loro funzione che rendono la professione forense “quasi un rifugio per coloro che sono allergici a giurare fedeltà a questo o a quel regime, a questo o a quel padrone…”. Ritenere non gradita la presenza di un avvocato in quanto, in passato, ha difeso imputati di un “certo” processo, rappresenta, già di per sé, una macroscopica contraddizione ma diventa verecondia se pronunciata in un congresso che si pregia di intitolarsi “Il Diritto alla verità”. Lasciar intendere che l’avvocato debba essere identificato con il proprio assistito, che il suo ruolo si traduca nella difesa del reato, che l’esercizio della sua nobile funzione sia inquinato dalla qualità del delitto, che sia solidale nel disvalore delle condotte ascritte al proprio assistito, significa non condividere (o peggio, rifiutare) il quadro valoriale costituito dai principi fondamentali sanciti nella Carta costituzionale e spingere la società verso una deriva autoritaria, retrograda e incompatibile con i principi che regolano gli ordinamenti democratici e liberali. Escludere un Collega per aver svolto il proprio ruolo, con rigore e nel rispetto delle regole, equivale a delegittimare l’intera Avvocatura e implicitamente ad affermare che esitano imputati “indegni” di difesa. Una simile impostazione non è solo giuridicamente errata ma culturalmente pericolosa: i congressi e gli spazi di confronto devono rimanere luoghi di pluralismo, di dialogo e di rispetto reciproco mai strumenti di esclusione ideologica e morale. Si è trattato di un atto discriminatorio che merita la nostra più severa censura. Di fronte a un simile episodio, il silenzio sarebbe complicità. Pur tristemente abituati a dover ribadire l’imprescindibilità del diritto di difesa quale caratterizzazione di una società democratica e liberale, mai prima di ora, avevamo dovuto ricordarlo a chi indossa la nostra stessa toga. Roma, 13 dicembre 2025 La GiuntaLa solidarietà dei penalisti italiani all'Avv. Ambra Giovene.
Fonte: Unione delle Camere Penali Italiane — camerepenali.it · Unione, Giunta