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UCPI · Notizie

I magistrati 'devono essere imparziali e indipendenti in ogni comportamento'

Pretendere di cancellare il valore dell’apparenza dell’imparzialità del giudice, affermando che la qualità della decisione debba, da sola, e nonostante le condotte poste in essere dal giudice, sostenere il peso di una così alta responsabilità democratica, risulta privo di ogni razionalità e motivato solo dalla volontà di mantenere un privilegio che non ha giustificazione all’interno di un equilibrato bilanciamento dei valori costituzionali in campo. La nota della Giunta

Si possono ovviamente non condividere le parole ed i princìpi espressi dal Ministro Nordio, ma il dott. Zaccaro dovrebbe tuttavia ricordare le parole di una insuperata sentenza della Corte costituzionale nella quale si affermava che, sebbene “i magistrati debbono godere degli stessi diritti di libertà garantiti ad ogni cittadino”, deve tuttavia “ammettersi che le funzioni esercitate e la qualifica da essi rivestita non sono indifferenti e prive di effetto per l’ordinamento costituzionale”. Per questo motivo, tutti i magistrati in quanto tali “devono essere imparziali e indipendenti e tali valori vanno tutelati non solo con specifico riferimento al concreto esercizio delle funzioni giurisdizionali ma anche come regola deontologica da osservarsi in ogni comportamento al fine di evitare che possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza e imparzialità”. Un insegnamento che si continua evidentemente a trascurare. Si deve fermamente respingere l’idea che l’imparzialità non debba essere affatto una qualità propria del giudice, come tale riconducibile ai suoi comportamenti e alla sua pubblica postura, ma che soltanto la sua decisione possa essere oggetto di giudizio. La stessa affermazione che si legge nella mozione finale dell’ultimo Congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati, secondo la quale una “critica che non parta dalle motivazioni” e che sia invece fondata su “dichiarazioni o meri comportamenti” del magistrato sarebbe “dannosa per le istituzioni”, non tiene conto della complessa realtà della giurisdizione e del processo in una moderna società democratica, nella quale ogni soggetto istituzionale dovrebbe rispondere responsabilmente dell’esercizio del potere che gli è stato assegnato. Non può affermarsi che non importa se il giudice abbia preso posizione nell’ambito di controversie politiche, il cui oggetto tocchi il giudizio, o se abbia manifestato avversione o apprezzamento su questioni che investono la materia del proprio processo. Tale prospettiva è fondata evidentemente sull’errato presupposto per cui la qualità del giudice non debba essere necessariamente oggetto di una percezione positiva anticipata che riguarda la legittimazione stessa del giudizio. L’imparzialità del giudice, così come la sua terzietà, deve difatti essere radicata nella sua immagine e percepita al di fuori ed a prescindere dall’esito del processo. La giurisdizione è un dispositivo sociale complesso per cui il giudice deve apparire imparziale anche prima che abbia inizio la conduzione del processo. Se il giudice non appare imparziale nell’ambito di tali delicatissime attività, la correttezza e la legittimità della sua decisione potranno facilmente essere messe in dubbio. Pretendere di cancellare il valore dell’apparenza dell’imparzialità del giudice, affermando che la qualità della decisione debba, da sola, e nonostante le condotte poste in essere dal giudice, sostenere il peso di una così alta responsabilità democratica, risulta privo di ogni razionalità e motivato solo dalla volontà di mantenere un privilegio che non ha giustificazione all’interno di un equilibrato bilanciamento dei valori costituzionali in campo.

Roma, 20 maggio 2025

La Giunta